Ruggero Maroni. L’Ingegnere del Vittoriale

Probabilmente tutti noi conosciamo l’architetto Giancarlo Maroni, sempre al fianco del Poeta nel periodo del Vittoriale, non solo per il continuo cantiere della Santa Fabbrica ma anche come consulente di fiducia e talvolta anche come accompagnatore privilegiato, pensiamo all’incontro del 1937 tra il Poeta e Mussolini alla stazione Porta Nuova di Verona.

Altrettanto di primo piano nella progettazione e nel risultato della Santa Fabbrica fu il di lui fratello Ruggero Maroni.

Ruggero, nato a Riva del Garda nel 1889 e morto prematuramente il 12 gennaio 1928, è stato un ingegnere e valoroso combattente della Prima Guerra Mondiale, figura di spicco della borghesia intellettuale di Riva del Garda. Sebbene meno celebre del fratello Giancarlo, Ruggero fu un collaboratore tecnico fondamentale e un uomo profondamente stimato da Gabriele d’Annunzio.

Ruggero si formò alla Technische Hochschule di Vienna, dove si laureò in ingegneria nel 1912.

Al ritorno a Riva del Garda, aprì con il fratello Giancarlo uno studio tecnico-artistico specializzato nell’uso del cemento armato, materiale allora all’avanguardia.

Sempre insieme al fratello, fu tra i protagonisti della ricostruzione post-bellica della città. Collaborò a progetti iconici come la Spiaggia degli Olivi, la Centrale Idroelettrica del Ponale (1926) e la ristrutturazione dell’Hotel Sole.

Durante la Grande Guerra, fu un “valoroso combattente”, qualità che gli valse medaglie al valore e l’ammirazione incondizionata del Vate.

Immagine tratta da https:// http://www.cultura.trentino.it

In guerra combatte e si legò a Damiano Chiesa che lo ricorda nei suoi taccuini, come lo stralcio sotto riportato (a cura di Mario Gazzini, copia digitale ricevuta dalla Biblioteca Civica di Rovereto):

L’AMICIZIA CON D’ANNUNZIO

L’incontro di Ruggero Maroni e d’Annunzio avviene ad inizio del 1921, nel ruolo di ingegnere, in villa Thode per i primi urgenti interventi di ristrutturazione della nuova residenza dannunziana.

Ruggero presentò il fratello, architetto Giancarlo, a d’Annunzio già nell’estate del 1921. Stabilitosi a Cargnacco agli inizi del 1922, si sistema con il fratello Giancarlo nella casa colonica (battezzata dal poeta Porziuncola, abbattuta nel 1927), appena sgomberata e collocata a fianco della casa padronale, divenuta da pochissimo la Prioria. Ruggero fu a capo dell’impresa edile rivana Ottavio Merli & ing. Ruggero Maroni, sciolta di comune accordo il 1 marzo 1923.

Il legame tra Ruggero e d’Annunzio si fece sempre piu solido e trascendeva la semplice collaborazione professionale del fratello architetto, trasformandosi in una sincera amicizia basata sul comune spirito patriottico.

Ruggero Maroni ebbe un ruolo operativo e strategico nella gestione dei lavori al Vittoriale, lavorando a stretto contatto con il fratello Giancarlo e con le maestranze della “Santa Fabbrica”.

Il suo contributo non fu solo tecnico, ma anche gestionale e di “indirizzo” per il Poeta, infatti promosse l’artigianato locale: insieme all’architetto Duilio Torres, Ruggero esercitò forti pressioni su d’Annunzio affinché il Vittoriale diventasse una vetrina dell’eccellenza artigiana italiana. Propose di insediare botteghe e laboratori lungo la via d’accesso alla piazza, così da garantire al complesso la presenza costante di artigiani specializzati in diverse materie, sia in ambito puramente costruttivo che artistico, si ricordano tra gli altri artigiani del legno e del vetro, un fabbro e i primi prefabbricatori.

ALCUNE TESTIMONIANZE

Testimonianza di questo legame sono le molte lettere e messaggi che il Vate scrisse a Ruggero. Tra queste una datata 14/12/1925, su carta intestata “Ardisco non ordisco”, in cui d’Annunzio si lamenta per l’atteggiamento del signor Baronio, probabilmente una sorta di capocantiere, che gli ha chiesto anticipatamente una somma di denaro superiore a quella pattuita. In una altra, datata 17 marzo [1925]. su carta intestata “io ho quel che ho donato” il Vate invia denaro all’ingegnere come premio da consegnare alle maestranze al lavoro al Vittoriale. Si sente l’affetto del Vate verso Ruggero e famigliari e il suo desiderio di infondere una salute mistica.

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Caro Ruggero,

 ti ringrazio ma sono stupito del “protesto semplice” Gian Carl, nella sua nota, aveva scritto, come giorno di scadenza, il 15. Ed era i l 10! Avrei potuto dare la somma il 16. Inoltre Giancarlo aveva scritto 15.000 e on 20.000. Ad ogni modo, considerata l’indegnità del signor Baronia tanto da me beneficato, ti prego di esigere duramente da lui la lista precisa delle scadenze, che egli ha perfino negletto di farmi avere!

Ti accludo le 5000 lire, e aggiungo 25.000 per la Santa Fabbrica.

Ti prego di dire a Giancarlo che resti presso la mamma, finché è necessario. Sono tanto afflitto di questa sventura; e confido nel mio potere mistico. Poni nel dito della cara inferma questo anello senza valore d’orafo ma di gran valore divino.

Ti abbraccio. Il tuo Gabriel

14 dec. 1925

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Caro Ruggero,

 genetliaco e onomastico sono due nuovi supplizi aggiunti ai tanti che mi lacerano. Non ho tempo di preparare le fotografie.

TI prego di dare 200 lire a ciascuno dei soldati conduttori e dei graduati. Sono 15? Ecco 3000 lire. A tutte le Maestranze, perché bevano silenziosamente alla mia salute angelica, distribuisci 100 lire per ogni operaio. Sono 50? Ecco 5000 lire. Aggiungo altre 500, nel caso il numero sia aumentato.

Grazie.

Ti abbraccio

17 XII Gabriele.

3000+5000+500=8500

LA MORTE

La sua salute era purtroppo compromessa, forse dalle fatiche e dalle conseguenze del conflitto o da una malattia incurabile che lo portò alla morte in età ancora giovane. Il suo ricovero presso la Casa di Cura di Bressanone, in Alto Adige, località nota per il clima salubre e le strutture di cura, non bastò a salvarlo.

Nel 1927 una delle principali strutture sanitarie del nord Italia, dedicata alla cura della tubercolosi era il Sanatorio di Bressanone, noto anche come Sanatorio von Guggenberg. Attivo fin dai primi del Novecento, questo complesso rappresentò per decenni un punto di riferimento fondamentale nella lotta contro la TBC, una delle malattie più diffuse e temute dell’epoca.

Situato in via Terzo di Sotto, il sanatorio ospitava pazienti affetti da tubercolosi e da altre patologie croniche, beneficiando di un contesto ambientale ritenuto particolarmente favorevole alla cura: aria pura, clima mite e condizioni ideali per le terapie allora in uso. Fondato poco prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, intorno al 1914, il Sanatorio von Guggenberg si inseriva in una più ampia tradizione sanitaria dell’area alpina, che vedeva nel Sud Tirolo un territorio d’eccellenza per il trattamento della tisi, anche grazie all’impiego di cure elioterapiche.

La struttura è inoltre passata alla storia per la sua rilevanza culturale e letteraria. Nell’ottobre del 1925 vi soggiornò infatti Alberto Moravia, ricoverato per una coxite tubercolare. Durante la lunga degenza, lo scrittore trovò ispirazione per il suo celebre romanzo Gli indifferenti, rendendo il sanatorio un luogo simbolico non solo della storia sanitaria locale, ma anche della letteratura italiana del Novecento.

Negli stessi anni, la cura della tubercolosi a Bressanone rientrava in una rete articolata di strutture sanitarie che comprendeva anche l’ex ospedale cittadino, in un sistema volto a rispondere a una vera e propria emergenza sanitaria. Oggi l’ex sanatorio non svolge più la sua funzione originaria: ristrutturato e riconvertito, è entrato a far parte del moderno contesto ospedaliero della città, continuando però a testimoniare una pagina significativa della storia medica e culturale del territorio.

IL TRIBUTO DEL VATE

Lo stesso giorno della morte (la mattina del 12 gennaio), d’Annunzio inviò un telegramma a Giancarlo Maroni a Riva del Garda, scrivendo: «Caro Giancarlo, la vita è tanto crudele che forse bisogna invidiare chi se n’è liberato».

Il legame tra l’architetto e il fratello era talmente profondo che d’Annunzio arrivò a temere per la stabilità mentale di Giancarlo. In una lettera successiva (aprile 1928), il Poeta confessò: «Caro Giancarlo, ho temuto che tu ti fossi fucilato da te stesso».

D’Annunzio fu talmente scosso che scrisse un celebre messaggio autografo intitolato ” Per Ruggero Maroni 12 gennaio 1928″, rivolto alla popolazione di Riva del Garda, in cui celebrava il “valoroso combattente” e l’amore per la sua terra. Questo testo fu poi pubblicato in una rara edizione di pregio in facsimile. In questo testo, Ruggero viene elevato a simbolo di eroismo e dignità, legando il suo sacrificio al culto della “morte vittoriosa” (*Mors Victorialis*) che d’Annunzio stava celebrando proprio in quegli anni nella costruzione del Vittoriale.

Dopo la sua morte, il suo posto ideale nella “famiglia” del Vittoriale fu mantenuto vivo dal fratello Italo Maroni, che continuò a occuparsi di questioni amministrative e logistiche per conto della Fondazione, mentre il fratello Giancarlo era ormai l’assistente eletto del Vate.

Negli archivi del Vittoriale sono conservate numerose testimonianze del legame tra d’Annunzio e l’intera famiglia Maroni (inclusi, oltre a Giancarlo, i fratelli Italo, Alide e il padre Bortolo), a testimonianza di come il Poeta considerasse i Maroni quasi una “famiglia acquisita” che viveva e respirava la sua stessa opera.

Mentre Ruggero era la figura tragica della famiglia, un’altra sorella di Giancarlo, Alide Maroni, visse al Vittoriale tra il 1924 e il 1926. D’Annunzio la soprannominò “Aracne” per la sua abilità nel ricamo e nella dattilografia, ma tra loro non vi fu alcun legame sentimentale; era considerata parte integrante della “famiglia operativa” che realizzava i sogni architettonici del Vate.

LETTERE


Saggio a cura di Norman Anselmi

FONTI:

https://costruttoridifuturo.com
https://www.ianieriedizioni.com
https://www.treccani.it
https:// http://www.cultura.trentino.it
collezione Primonovecento