GLI HAMILTON di Catherine Gore

Intervista a Luca Brezzo

Pubblicato nel 1834, Gli Hamilton rappresenta uno dei testi più incisivi con cui Catherine Gore — maestra indiscussa delle silver fork novels — ha saputo restituire le contraddizioni, le ambiguità e i rituali di un’élite inglese in trasformazione. Attraverso una prosa attenta al dettaglio sociale e un’ironia calibrata, Gore mette in scena una famiglia che diventa specchio di un’intera stratificazione culturale: aspirazioni, fragilità, illusioni e compromessi si intrecciano in un racconto che rivela, più che la superficie scintillante dell’aristocrazia, le sue incrinature più profonde. Gli Hamilton si impone così come una lente privilegiata per osservare il funzionamento del prestigio e della reputazione nella prima metà dell’Ottocento, confermando l’autrice come una delle voci più acute e taglienti della narrativa mondana vittoriana. Rileggerlo oggi significa ritrovare non solo un documento prezioso del suo tempo, ma anche un sorprendente specchio delle dinamiche sociali contemporanee. Ne discutiamo con il traduttore dell’opera: Luca Brezzo.

Come si colloca Catherine Gore nel contesto delle silver fork-novels e quali caratteristiche la distinguono dagli altri autori del genere?

Catherine Gore ha compiuto il suo approccio al genere del romanzo silver-fork abbastanza tardivamente. Questo genere letterario prese inizialmente il nome di fashionable novel (silver-fork è stato dato soltanto a posteriori e prende il nome da un articolo satirico di William Hazlitt, il quale criticava questi romanzi per mancanza di contenuti e utili soltanto a insegnare ai nuovi ricchi come utilizzare le posate d’argento), ed ebbe origine nei primi anni ’20 dell’Ottocento. In questi anni Catherine Gore era ancora molto giovane (si sposò nel 1823 con il Capitano Charles Gore) e i suoi primi scritti erano poemi, racconti e romanzi intellettualmente impegnati, a tematica prevalentemente storica. La sua prima pubblicazione silver-fork avvenne nel 1830, Women as They Are; or, The Manners of the Day. Questo genere di romanzi vendeva moltissimo e apparivano in edizioni molto eleganti e costose, e garantivano agli autori un elevato guadagno. Catherine Gore necessitava di compensi alti per mantenere un elevato stile di vita a cui non aveva intenzione di rinunciare, e dal momento che la pubblicazione di articoli e romanzi storici non le stava dando il guadagno desiderato, si convinse a cimentarsi con un genere letterario che avrebbe preferito non trattare, ma che le garantiva gli incassi a cui ambiva. I suoi romanzi ebbero tanto successo da trasformarla in una vera e propria celebrità, e gli editori pubblicavano qualsiasi cosa lei presentasse. Iniziò dunque a pubblicare un romanzo dietro l’altro, anche a distanza di un paio di mesi l’uno dall’altro. Anche quando il filone letterario subì un declino, dal 1832 (ovvero con l’emanazione della prima riforma elettorale, per il cui dibattito questi romanzi svolsero un ruolo fondamentale), lei fu l’unica che continuò a pubblicare romanzi di questo genere per molti anni ancora. Ciò che la distingue maggiormente dagli altri autori del genere è il suo modo di descrivere la società dell’epoca, specialmente per quanto riguarda le caratteristiche negative. Il suo sarcasmo e la sua fine ironia hanno sicuramente svolto un ruolo fondamentale nel suo successo, e il modo di descrivere l’aristocrazia britannica e, forse soprattutto, i nuovi ricchi del tempo con la loro spregiudicatezza pur di arrivare ai vertici della scala sociale ha fatto sì da differenziarla dagli altri autori facendole guadagnare il soprannome di “Queen of the silver-fork”. Ma pare che lei non fu molto felice di questo perché quando morì lasciò al figlio disposizioni testamentarie bel precise, in quanto avrebbe dovuto bruciare tutte le sue carte e, per quanto fosse a lui possibile, la pubblicazione di qualunque nota postuma o biografia e la ripubblicazione dei suoi romanzi. 

Possiamo dire che la sua esperienza personale e sociale abbia influenzato, in qualche modo, la sua narrazione?

Sebbene Catherine Gore potesse vantare nella propria famiglia un ramo aristocratico da parte di madre, in realtà apparteneva al ceto medio, in quante il padre era un mercante di vini (morto più o meno quando lei nacque) e il patrigno un medico. Per tutta la vita, l’autrice cercò di inseguire uno stile di vita il più possibile a contatto con l’aristocrazia britannica e con il bel mondo, persino quello parigino. Era infatti molto amica con il VI Duca di Devonshire, con il quale intrattenne un duraturo e confidenziale rapporto epistolare; inoltre teneva un salotto letterario ogni domenica pomeriggio nel suo elegante appartamento in Place Vandôme durante il suo soggiorno parigino e a cui erano invitati soltanto personaggi di rilievo dello scenario sociale, letterario e politico del tempo; tentò in ogni modo di far sposare la figlia con un aristocratico, e ci riuscì, sebbene si trattasse di un uomo bieco e maltrattante. Quindi, sicuramente, tutto questo la facilitò nel costruire gli intrecci dei suoi romanzi perché conosceva bene ciò di cui scriveva. In realtà anche altri autori di romanzi silver-fork conoscevano bene l’argomento, in quanto molti di loro erano aristocratici, ma forse per il fatto di essere degli isiders avevano la tendenza di edulcorare alcuni aspetti e di ometterne altri. Questo invece non valeva per catherine Gore, in quanto non si risparmiò mai nel descrivere la sfrontatezza e la cupidigia degli artistocratici e degli arrampicatori sociali. 

Cimentandoti nella traduzione di Gli Hamilton, hai notato temi ricorrenti nella sua scrittura?

Catherine Gore può essere considerata come un ponte tra la narrativa di Jane Austen e quella di Elizabeth Gaskell, quindi si può dire che sia stata un’autrice di transito tra la generazione regency e quella vittoriana. E infatti nei suoi romanzi ci sono elementi e tematiche che richiamano entrambi i periodi letterari. Una delle caratteristiche che contraddistingue la narrativa di Catherine Gore, e che la differenzia dalle altre due autrici menzionate, è quella di descrivere le dinamiche non tanto che hanno portato al matrimonio dei due personaggi principali, quanto quelle che riguardano la quotidianità post-matrimoniale. Si può dire dunque che solitamente i suoi romanzi iniziano laddove quelli di altri autori terminerebbero. Inoltre, nei suoi romanzi è anche molto presente una nota tragica conseguente all’ingordigia di molti arricchiti, quasi come un avvertimento, un invito a non pretendere troppo dalla vita e accontentarsi di ciò che il destino intende donarci. Chissà se fosse davvero quello l’intento o se invece fosse un modo per rendere più plausibile il proprio stile di vita…

I personaggi di Gore risultano magnificamente verosimili. Quali tecniche narrative utilizza per costruire personaggi e intrighi credibili?

Sicuramente risultano verosimili perché descritti a tutto tondo, con pregi e difetti, punti di forza e debolezze. E, anzi, forse un accento maggiore viene dato proprio alle fragilità e agli errori che i personaggi compiono nel corso del romanzo. A differenza di altri romanzi di questo genere, in cui figura il protagonista dotato soltanto di caratteristiche positive e un antagonista con solo caratteristiche negative, nelle opere di Catherine Gore i personaggi appaiono così come sono le persone reali, piene di difetti e che compiono errori. E’ questo che li rende così verosimili. Gore non risparmia nessuno: non vi è personaggio nei suoi romanzi che sia totalmente privo di colpe. 

Perché è importante rileggere oggi Catherine Gore? Che cosa può dire ai lettori contemporanei?

Sebbene lei desiderasse essere dimenticata, ritengo che avendo scritto oltre 70 romanzi, quasi tutti di successo, significhi qualcosa, e ciò non va ignorato. Alcune sue pubblicazioni sono sicuramente meno riuscite di altre, ma la sua narrativa nel complesso rappresenta un importante spaccato di vita in un’epoca di transizione tra la leggerezza regency e l’austerità vittoriana. E proprio perché, a differenza di altri, l’autrice ha rappresentato la società così com’era senza alcun filtro e senza risparmiare nessuno, i suoi romanzi si possono considerare una vera e propria testimonianza dell’epoca e ci aiutino a comprendere meglio un’epoca di transizione così importante. Inoltre, molti sono i romanzi del periodo regency, moltissimi quelli del periodo vittoriano, ma non così tanti quelli che raccontano del passaggio da un’epoca all’altra. 

Posso chiederti se stai già lavorando a nuove traduzioni / progetti letterari?

Nel poco tempo libero ho iniziato a lavorare alla traduzione di un altro suo romanzo, più breve rispetto a Gli Hamilton e che si differenzia da esso anche per genere. Ma il titolo sarà una sorpresa…

Emanuela Borgatta Dunnett