Abbiamo partorito il fuoco

Intervista a Monia Moroni

Vento d’Arcadia

C’è un soffio

che specchia le sbarre,

ogni fessura ti spera.

Era buia la notte,

s’un ramo dorato

abbiamo partorito il fuoco.

Il fuoco. Elemento imprescindibile nella poetica di Monia Moroni, nata ad Ancona nel quartiere delle Grazie, “una strada tutta in salita”, come cita la sua biografia.

Due anni or sono, pubblica Dell’amore e della carne (ChiPiùNeArt Edizioni), classificandosi terza al Concorso Internazionale di Letteratura della Città di Castrovillari nel 2023, nonché una menzione d’onore al Concorso Internazionale di Letteratura per la Città di Rogliano, lo stesso anno.

Socia del Centro Studi Campaniani di Marradi, si definisce – a ragione – “un poeta sulle orme dei simbolisti”.

In prossimità dell’uscita della nuova silloge in versi, è stato un piacere intervistarla e scoprire com’è cambiato il suo modo di comporre versi, quale pensa sia il ruolo della poesia oggi e cosa riserverà al lettore, la sua nuova raccolta.

Ti definisci “poeta simbolista”, perciò ti chiedo se pensi vi siano dei tòpoi tipici del Movimento che ricorrono nei tuoi versi.

Quando parlo di simbolismo nella poesia, mi rifaccio sempre alle parole di Stéphane Mallarmé, il teorico più lucido: il testo poetico non deve essere chiaro, né lineare, deve suggestionare, incantare, «Un colpo di dadi mai abolirà il caso», lo sforzo è del pensiero posto di fronte al caos universale.

Il poeta diventa un sacerdote, la poesia pura, esso non deve replicare ciò che l’uomo conosce, né tantomeno raccontare il mistero, ma evocarlo attraverso un linguaggio poetico estraneo al quotidiano.

Da qui parto, sulla scia dei poeti maledetti, che di maledetto ai nostri giorni non avrebbero un bel niente, con l’intento di creare nei versi che stilo, delle immagini potenti, sospiranti.

Ma la poesia deve racchiudere anche un segreto, come bene ribadiva Giuseppe Ungaretti, grande sostenitore di Mallarmé.

E la poesia deve infine suonare, al tuo orecchio.

Cosa significa per te scrivere poesie e perché pensi ti rappresentino particolarmente, rispetto ad altri generi?

Ho sempre sostenuto che scrivere poesie fosse uno sforzo d’anima e d’intelletto, e il foglio bianco una destinazione per accudire la follia.

Una follia che è vicina al cielo, alla salvaguardia del fanciullo e alla nudità, lasciando il giovane giocare con gli abiti a terra. La mia fragilità è invece un dono necessario in tutto questo discorso, che si srotola tra il sapere e il non sapere, fra ombre selvatiche e una luce lontana.

Il dolore e l’amore, oppure la vita e la morte, sono elementi che trasformo nella stesura di un componimento, in uno slancio che parte dal corpo, con un respiro quasi affannato per lo sforzo, addirittura da un piacere carnale.

Il dopo è poi uno stravagante sollievo, che dura anche poco, tra l’euforia e l’insicurezza di aver fatto qualcosa di buono e di riuscire a ripetere il momento l’ennesima volta.

Non riesco ad essere altro, se non un poeta, un braciere che divampa, un annegato pensoso con la sfida negli occhi, un inchino alla mancanza.

La parola “poeta” racchiude una sacralità, non è facile da pronunciare.

Non c’è un modo giusto di esserlo, ma so che rappresenta una lunga strada tutta in salita, la meno considerata nell’esistenza e dal grande pubblico.

Tendiamo ad immaginare la scrittura in versi come un fiume in piena, quasi impossibile da arginare.

Come strutturi, invece, le tue idee prima di tramutarle in verso?

Alle prime armi scrivevo a fiume, ma poi la mia tecnica si è evoluta.

Sono innanzitutto un raccoglitore di parole, rovisto in ogni dove, dai libri alle vie delle città, da un discorso al bar ad un modo di dire, osservando un quadro, degli oggetti, e la natura. antica ed eterna fonte poetica. 

Posso fissare un muro anche per ore, il mio è un otium da esploratore.

Giungo poi ad un pertugio, scavo tra i fumi delle sigarette e la musica che mi accompagna all’ispirazione, Approdo quindi al fatto, per un accadimento o grazie ad un concetto che volava nell’aria. La mia scrivania è piena di appunti, annidati non solo su dei fogli, ma anche dove è capitato, così assemblo, mescolo e trasformo, come la farina, l’acqua e il sale per fare il pane.

Senza chi mi è accanto non sarei riuscita a migliorare, parlo di un poeta, carissimo amico di strada, perché i grandi maestri sono tutti morti, ma io ho avuto la fortuna di conoscerne uno vivo.

Qual è, a tuo avviso, la funzione della poesia e quali gli autori che ritieni più vicini alla tua poetica, se ve ne sono?

La poesia è cosa inutile, come dichiarava Eugenio Montale, ma non ha mai fatto del male a nessuno. Con tutto ciò, è anche una lotta armata, per paradosso, nei motti di Francesco Scarabicchi. Potrei anche affermare, che è un posto alla fine dell’ultimo regno umano, una sedia personale che lascia nel cuore la più forte impressione in poche distinte parole.

L’autore più vicino alla mia poetica è un grande amore, direi una ossessione, il nome illustre è quello di Dino Campana.

Sono partita dal più grande Giacomo Leopardi, che definisco “il principio e la fine”, e poi mirando un universo di poeti che non potevo neanche immaginare.

Ma Campana mi ha rapito il cuore. Qualcuno un giorno mi disse che glielo ricordavo, così lo sono andata a cercare. Un unico libro, un libro unico i Canti Orfici, che mi sono portata anche a letto, abbracciandolo sotto le coperte.

Ci sono connessioni, frequenze che vanno oltre, coi vivi, coi morti, non importa.

Ci sono legami che ci rapiscono inevitabilmente, e respirano con noi.

Vi è molto di Campana nelle mie poesie, le sue parole, forse un po’ di forza, la potenza che lui usa e che io trovo travolgente, virile, e allo stesso tempo, una dolcezza che tremante ammalia, come tenersi per mano di notte in un bosco.

La visione e quindi l’enfasi di Dino Campane tento di condividerle nei miei componimenti, seguendo un impulso ritmico interiore.

Ecco, io ho scelto Dino Campana, o lui ha scelto me, non lo saprei dire.

Presto uscirà una tua nuova silloge. Hai esplorato territori diversi rispetto a Dell’amore e della carne?

La mia nuova silloge uscirà nel prossimo anno, primo semestre del 2025, non so ancora la data precisa, ma penso coinciderà con la primavera, e io adoro la primavera.

L’idea per il titolo e poi lo svolgimento del contenuto, mi è venuta osservando una fotografia astronomica di una scoperta scientifica che ho trovato suggestionante e fortemente poetica, con l’entusiasmo di sfogliare un libro di un poeta russo, e chissà, forse ancora per grazia del destino e per un caso che non è.

Volevo che fosse qualcosa di più articolato di un qualunque libro di poesie, qualcosa che riprendesse paradossalmente i Canti Orfici di Dino Campana, qualcosa che risultasse anche intrigante nel panorama.

C’è un dialogo nel cielo che ho deciso di voler osservare, un connubio fra scienza e poesia, di natura spirituale oltre il ragionamento.

L’opera è come un albero con quattro grandi rami che generano e sostengono fiori e foglie, e in questo quadro bucolico mi sono sperimentata, evoluta.

Sono convinta che esista una saggezza della lingua, come sosteneva Velimir Chlebnikov, che quello che tento di trasmettere con l’istinto in questo manoscritto, come è successo per Dell’amore e della carne, poi abbia anche un fondamento nell’esistenza e nel sacro, che ci sia inoltre una morale dell’attenzione e del coraggio Il mio nuovo libro è una prova come tante, del mio cammino nella scrittura, per trasmettere a chi vorrà leggermi, un significato trasversale di un cielo, che c’è.

Emanuela Borgatta Dunnett